mercoledì 15 novembre 2017

Diario di viaggio a Parigi


Sono tornata a Parigi dopo dieci anni.
Ai tempi non l'avevo capita, forse perché ero incinta della mia prima figlia, mi davano fastidio gli odori e non avevo una gran predisposizione alla scoperta. Stavo affrontando un viaggio interiore troppo grande per concedermi il lusso di apprezzarne uno esteriore. Promisi a mia figlia che sarei tornata a Parigi con lei, non più nella pancia ma tenendola per mano; le previsioni non furono all'altezza della meravigliosa realtà: siamo tornati a Parigi non in tre bensì in quattro!, con le nostre bambine di 6 e 9 anni.
 
Ma passiamo al diario, che scrivo con l'intento di aiutare chi cerca consigli su una città stupenda, per molti, la più bella del mondo.
Io stessa, prima di partire, ne ho letti diversi :-)
 
 
Giorno 1: mercoledì 1 novembre 2017
Ci svegliamo presto per arrivare a Linate entro le 7:30. Purtroppo l'aereo parte all'ora in cui sarebbe dovuto atterrare, ma niente di male: alle 12 siamo a Charles de Gaulle. Volo diretto con Easy Jet, acquistato su Expedia a un prezzo di circa 90 € a testa, andata e ritorno.
All'accoglienza turistica in aeroporto acquistiamo subito il Museum Pass, scegliamo quello valido 4 giorni, al prezzo di 62€ a testa (le bambine per fortuna entrano gratis in tutti i musei) e poi, alla biglietteria della stazione, il Pass Navigo Decouvert  - opzione Tous les zones al prezzo di 27€ a testa (purtroppo anche le bambine) che ci consentirà di utilizzare tutti i mezzi di trasporto, inclusi gli spostamenti aeroportuali, Versailles e Disneyland (mete che saltiamo; Parigi ha troppo da dare per perdere una giornata altrove).
Prendiamo la Rer B e in una mezz'ora siamo a Notre Dame. L'arrivo nella piazza è davvero di grande impatto.
 
 
 

Nonostante ci fossimo stati dieci anni fa, l'effetto è mozzafiato. Ci dirigiamo a piedi verso l'Hotel Des Nations St. Germain, prenotato anch'esso su Expedia a un prezzo di circa 100€ a notte; durante il tragitto, ci fermiamo a mangiare in una patisserie alcune baguette ripiene, croissant al prosciutto e rollé al salmone. L'hotel è un tre stelle molto carino, in zona quartiere latino e ben servito dai mezzi; depositiamo i bagagli, ci riposiamo un'oretta e alle quattro del pomeriggio siamo già fuori alla riscoperta di Parigi.
Il primo luogo che scegliamo di visitare è il Pantheon.
 
 
 
 
 
 
Visto da fuori, è davvero imponente. Entriamo saltando la fila, inaugurando così il nostro Museum Pass; partiamo dalle cripte, dove ci fermiamo a salutare due dei nostri scrittori preferiti: Victor Hugo e Alexandre Dumas, nonché gli immensi Voltaire e Maria Curie. Poi visitiamo la parte superiore che, rispetto all'esterno maestoso, sfigura un po'.
Le bambine insistono per andare subito alla Tour Eiffel, che è ciò che più conoscono; quando la vediamo in lontananza, tutta illuminata, ci convinciamo anche noi. Passiamo dalla bella zona di St German de Pres e poi prendiamo la metro. Arriviamo ai piedi della Tour Eiffel, ma rinunciamo a salire; c'è troppa fila e noi siamo stravolti.
Torniamo in hotel in metro fermandoci a mangiare per strada.
L'hotel è pulito e confortevole, ci stupiamo solo del fatto che nella capitale dell'amore i letti matrimoniali siano separati. 😅
 



Giorno 2: giovedì 2 novembre 2017
Ci svegliamo alle 9 dopo aver dormito magnificamente. Usciamo a fare colazione da Starbucks, poi passiamo dal Marcé Mouffetard e la Arene de Lutece, che sono proprio dietro l'albergo. Arriviamo a piedi a Ile St Louise - costeggiando la Sorbone, l'Istituto del Mondo Arabo e la Moscheae torniamo a Notre Dame. Visitiamo la cattedrale al suo interno, poi, vista la fila che il nostro Pass non ci concede di saltare, prenotiamo l'ascesa alle torri per le 15:30.
Pranziamo in un localino di fronte alla Saint Chapelle e andiamo a visitarla, estasiandoci per le vetrate davvero stupende.




Da lì ci spostiamo nell'adiacente Conciergerie, dove ci accoglie la sala medioevale più grande d'Europa e riviviamo la prigionia della Regina Maria Antonietta nei settantadue giorni precedenti la decapitazione. Concluse le due visite ci accorgiamo che mancano pochi minuti alle 15:30, così ci precipitiamo correndo verso la cattedrale, per la visita alle torri. La salita è un'esperienza molto suggestiva; i gargoyles visti da vicino fanno davvero impressione così come le campane gigantesche.





Il panorama di Parigi, da lassù, vale la piccola fatica dei molti gradini della scala a chiocciola, in alcuni punti leggermente claustrofobica.


 

Scesi dalla torre, andiamo a riposarci nel bel parco dietro Notre Dame; le bambine, instancabili, giocano con dei bambini di altre nazionalità.
Da lì, decidiamo di dirigerci al Musée D'Orsay, che il giovedì è aperto fino a tardi. Scegliamo di dirigerci a piedi, percorrendo il lungosenna nell'ora in cui la città si illumina e diventa d'oro; ci fermiamo sulla sponda opposta a quella del Louvre ad ammirarne la facciata e due cigni che fanno la toilette a riva.




 
L'Orsay è un elegante museo costruito all'interno di un'antica stazione ferroviaria. Facciamo il giro delle sculture al piano terra, ceniamo nel bar all'interno e poi saliamo al secondo piano a sbalordirci con gli impressionisti, partendo da Manet, Monet, Renoir per finire con Degas, Gauguin e l'immenso Van Gogh. 




 
Torniamo in hotel in metro, ammirando alcune stazioni bellissime, pure loro.
Parigi è chic pure nei sotterranei.

 

Giorno 3: venerdì 3 novembre 2017
Al mattino torniamo a far colazione da Starbuks, passando dalla suggestiva Place de la Contrescarpe e di nuovo dal mercato di Muffetard. Dopo la colazione andiamo a farci una spremuta al market Paris Prix e prendiamo anche i tramezzini per il pranzo.
Arriviamo a Montmartre a mezzogiorno passato, il tempo per lasciar fare qualche giro sulla giostra alle bambine e raggiungere la basilica du Sacré Coeur.





Impagabile il pranzo sui gradini con vista su una Parigi lievemente appannata dalla foschia. Chissà che panorama con il cielo limpido, ma il cielo limpido a Parigi richiede un miracolo maggiore della giornata soleggiata che ci è capitata.




Il clima è mite, è una meraviglia passeggiare per le strade di questo bellissimo quartiere. Presa la sinistra della basilica, ci soffermiamo ad ammirare i pittori con i loro quadri in Place du Tertre; da lì scendiamo lentamente verso la parte bassa della butte, passando da Place Aimée dov'è situata la curiosa statua di un uomo che sembra uscire dal muro, alcune piazzette magnifiche con i fisarmonicisti, e il muro dei TI AMO - che sembra una grande lavagna, niente di che - dove ci fermiamo qualche minuto a far giocare le bambine.






Dopo una merenda supergolosa passiamo dal Mouline Rouge




e poi ci spostiamo, con la metropolitana, nell'immensa Place de la Concorde, dove la Regina Maria Antonietta venne decapitata insieme ad altri poveri cristi meno degni di nota. Da lì, si ha un bel colpo d'occhio sugli Champs Elysées e l'Arc De Triomphe, che rinunciamo a visitare poiché dieci anni prima non ci avevano affatto entusiasmato.





Preferiamo dirigerci nella direzione opposta e addentrarci nel Jardin de Tuilieres, vastissimo, dove le bambine trascorrono una mezzora giocando con gli animali del laghetto. Giusto perché abbiamo il Pass, decidiamo di fare un giro veloce all'Orangerie, dove ci sono delle meravigliose tele giganti delle ninfee di Monet, e poi, attraversando il parco in tutta la sua lunghezza, sbuchiamo al Louvre, dove avremmo voluto visitare le antichità egizie, ma il venerdì quel settore è chiuso, così ci "accontentiamo" della stupefacente Venere di Milo, Amore e Psiche, la Monnalisa. Ceniamo all'interno del museo e poi torniamo stravolti in hotel.


 


Giorno 4: sabato 4 novembre 2017
Dopo la solita colazione, prendiamo la metro e scendiamo a Bastille, dove la Bastiglia si conferma uno dei più grandi monumenti MANCANTI del mondo. (Come il colosso a Rodi, che delusione!)
Comunque noi lo sapevamo; siamo andati lì per visitare il Marais :-) 





Ci rechiamo subito nella prestigiosa Place des Vosges, e da lì iniziamo il nostro bel giro in questo che è uno dei quartieri più incantevoli della città. Zona stupenda, che ricorda la Parigi antica così come la immaginiamo. Sempre per via del Pass, ci concediamo un giro al Museo Picasso, pensando di starci dieci minuti (era fuori dal programma) e invece ci intrattiene per più di due ore. Usciti da lì ci dirigiamo verso il Louvre dove vogliamo tornare a vedere le antichità egizie; dato che pioviggina e le previsioni non sono buone, ci orientiamo sui musei.




Passiamo dal Pompidou promettendo di tornarci dopo qualche ora, visto che il sabato è aperto anche di sera; visitiamo la fontana Stravinsky purtroppo in stato di pietoso abbandono e senz'acqua; ci fermiamo in zona Forum des Halles, dove le bambine giocano in un parco ispirato alla giungla e noi ci riposiamo. Inizia a piovere così ci precipitiamo nell'impressionante piazza sotterranea, crocevia di quasi tutte le linee  metropolitane di Parigi; per raggiungere quella che ci interessa percorriamo più di un chilometro sottoterra. Torniamo al Louvre, che è aperto fino alle 6, dopodiché, stanchi dei due musei decidiamo di portare le bambine a salutare l'immenso albero di Natale chiamato Tour Eiffel, rinunciando così, a malincuore, al Pompidou, che dieci anni prima ci era piaciuto molto.

Prima di raggiungere la torre, passiamo a guardare da fuori l'incantevole Opèra di Parigi.
Dopo una fila non troppo lunga e una serie di controlli antiterrorismo - lo stato di allerta a Parigi in questo periodo è altissimo - saliamo in cima alla Tour Eiffel prendendo due ascensori; uno spettacolo indescrivibile. La torre dondola un po', l'altezza è vertiginosa, l'aria lassù è tagliente, Parigi è tutta dorata... viviamo delle sensazioni che non dimenticheremo mai più.
Una volta scesi, aspettiamo il rintocco delle 9 per vederla in versione scintillante e poi ci incamminiamo verso l'hotel, mangiando un ottimo hot dog per strada.




 

Giorno 5: domenica 5 novembre 2017
Lasciamo l'hotel a malincuore e ci dirigiamo con i nostri trolley nel bel Jardin des Plantes, che scopriamo essere dietro l'hotel. 




Lo attraversiamo infreddoliti, c'è il sole ma le temperature sono precipitate; ammiriamo le svariate piante del giardino botanico e poi, con un bus, ci rechiamo al Jardin du Luxemburg ad ammirare il parco in cui Cosette e Marius si incontrarono, in quel capolavoro intitolato "Les Miserables".




Pranziamo in zona, purtroppo fa freddissimo e non ci godiamo il parco come avremmo voluto; con diversi mezzi di trasporto ci rechiamo al Hard Rock Caffè per i souvenir, ma rispetto a quello di New York risulta deludente, infatti non compriamo niente. Da lì andiamo a salutare il centro di Parigi, versiamo il nostro fiume di lacrime e riprendiamo la RER B, direzione aeroporto CDG.
L'aereo parte puntuale, balla un po' all'atterraggio per via del maltempo. Dimentico i passaporti a bordo, aspetto in zona bagagli che me li riconsegnino; alle 9 siamo a casa.
Mi sarebbe piaciuto visitare il Cimitero Père Lachaise, Palace Garnier al suo interno: ho due validi motivi per tornare a Parigi, magari tra dieci anni (a meno che non decida di trasferirmici prima. La famiglia sarebbe anche d'accordo :-)
Se non risulterà troppo esoso, alloggerò nell'incantevole zona del Marais (la prima volta eravamo stati in una suggestiva Montmartre, incantevole ma un po' troppo decentrata. Ottima la posizione scelta questa volta, nel quartiere latino. Ma il Marais, così come St Germain Le Pres, non è affatto male.)

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venerdì 10 novembre 2017

Memorie di Adriano




Esco stremata dalla lettura di questo libro. Stavo per scrivere "capolavoro", ma mi sono fermata. Di certo siamo di fronte a un romanzo potente, il diario di questo grande imperatore affascina e fa innamorare gli allergici ai libri di storia, tipo me. Non oso immaginare cosa procuri negli appassionati di Roma antica. Però, c'è un però: lo stile. Dio  mio, a leggere questa Yourcenar ci si sente come uno stitico che ci prova per due mesi, più o meno il tempo che mi ci è voluto per concludere questo romanzo di duecentocinquanta pagine. Il Conte di Montecristo, cinque volte più lungo, l'ho letto in ventidue giorni, per dire.
Una fatica proseguire nella lettura, non fosse per alcune frasi che sono dei veri e propri insegnamenti, che andrebbero sottolineate e imparate a memoria, avrei abbandonato a pagina quattro (come molte persone di mia conoscenza). Capisco che ognuno abbia il proprio stile, la propria cultura, di certo di fronte alla Yourcenar sono una piccola ignorante, ho studiato ragioneria e poi scienze dell'educazione, forse per un laureato in lettere sarebbe stato più semplice, ma questa sua ricercatezza esasperata del linguaggio sfinisce. Vocaboli di cui nemmeno conoscevo l'esistenza si susseguono in frasi corrette, per carità, ma così annodate, ingarbugliate, roba da diventare pazzi. Mi ha ricordato i libri che studiavo in università, maestosi, ma che fatica. Ammetto che alcuni passaggi non li ho proprio capiti.
Sono stata al Louvre di recente e nella zona delle antichità romane ho cercato il volto di Adriano. Ho trovato quello di Traiano, suo predecessore, se avessi incontrato il suo avrei pianto come una bambina. Ci si affeziona a questo imperatore morente; la sua vita esemplare, immersa nella cultura, sorretta dall'intelligenza, condita dei vizi più sublimi, incanta. La confessione del suo amore omosessuale, il grande senso di responsabilità per la cosa comune, sono davvero ammirevoli.
Però lo stile.
Peccato.

mercoledì 6 settembre 2017

A F.

La vita è così, mio caro ragazzo, è giusto che lo impari subito. Se non vuoi essere usato a piacimento e scartato devi leccare il culo ai potenti, o essere figlio dei capi. L'Italia non è il paese della meritocrazia, l'Italia è il paese dei vecchi stronzi a cui non dovrai somigliare. Le cattive esperienze servono anche a questo. Ti forgiano, ti rendono migliore di chi si è comportato male con te solo perché non hai strisciato ai suoi piedi e non sei il frutto dei suoi lombi.
Ragazzo mio, ti parlo da madre: vai il più lontano possibile, in un paese civile, almeno finché questa generazione oscena non si sarà estinta. Solo allora dovrai tornare qui, e vivere come una persona per bene, come chi dalle bastonate ha imparato a non bastonare per capriccio. La tua generazione renderà questo paese un posto migliore. Proprio grazie ai cattivi esempi. Ne sono certa.
Ti ringrazio fin da ora e ti chiedo scusa se non ho potuto fare niente, se non assistere attonita a questa squallida esperienza che ti è capitata.
Perdonami.

lunedì 28 agosto 2017

Norwegian Wood



Non lo so perché insisto con Murakami. Mi era piaciuto in 1Q84, forse per via dell'universo parallelo, le due lune, però poi l'ho trovato noioso in molti alti libri e qui, oltre che noioso, l'ho trovato anche deprimente.
La storia è quella di Watanabe, un uomo di mezza età che ascoltando una canzone dei Beatles, per l'appunto "Norwegian Wood", ricorda la fine della sua adolescenza. Un periodo molto triste in cui non aveva che un amico e una fidanzatina che si sono suicidati entrambi a distanza di quattro anni, un compagno di collegio che a un certo punto sparisce e probabilmente si è suicidato anche lui, la fidanzata di un altro compagno di collegio, di cui è segretamente innamorato, che, da non crederci, si suicida anche lei!! L'amica della sua ex suicida che tenta il suicidio ma almeno lei non ci riesce, per fortuna.
Ci sono anche dei personaggi che perdurano; uno è un suo compagno di collegio, un leader, che riesce a coinvolgere un ragazzo timido e introverso come Watanabe nei suoi sabato sera alcol&sesso, nelle quali questo ragazzo inesperto, moderato, dai saldi valori, riesce a portarsi a letto con una facilità incredibile una valanga di ragazze con una sicurezza e un talento sessuale che a diciannove anni proprio non si spiegano.
Murakami fa oscillare il suo personaggio tra lo sfigato e il vitellone in maniera vertiginosa che davvero alla fine non si capisce che tipo sia il buon Watanabe. Oggettivamente ci sono troppe contraddizioni.
Non lo so, non me la sento di sconsigliarlo del tutto. Si tratta comunque di un romanzo lento e meditativo. La storia è molto noiosa, in pratica sono le avventure amorose di questo ragazzo giapponese, però lascia qualcosa.
Di certo prima di leggere un altro libro di Murakami - ne ho a casa due,
intonsi - lascerò passare qualche anno.
Mi aspettavo di più, ecco. Molto di più.

mercoledì 16 agosto 2017

La lentezza




A metà tra un saggio e una raccolta di racconti, questo libro mi ha lasciato un enorme interrogativo: Kundera, dove vuoi andare a parare? La sensazione che ho avuto è che l'autore abbia dovuto scrivere qualcosa, su ordine dell'editore magari, e abbia buttato giù questa cosa informe, con alcuni punti divertenti, alcuni spunti interessanti ma legati dal falso filo conduttore della lentezza.
Alcune delle storie: un uomo che va in un hotel dentro un castello con la moglie, durante la notte lui non dorme, guarda fuori e lascia volare i pensieri. Ricorda un racconto del '700 in cui un cavaliere viene circuito da una contessa che lo porta nel suo castello per dissimulare la relazione che ha con un marchese. Il marito incontra questo cavaliere, lo guarda di sbieco e lo accoglie nella sua dimora, poi si ritira nella sue stanze e la nobildonna se la spassa con il cavaliere. Il mattino dopo arriva l'amante ufficiale, tutto soddisfatto perché il marito della contessa non sospetterà più di lui e il cavaliere viene allontanato e quasi deriso dai due. Nel frattempo nell'hotel/castello ha luogo una convention internazionale di entomologi. Tra questi c'è un ceco che dimentica di fare il suo discorso lungo cinque pagine per la commozione di trovarsi lì, dopo aver abbandonato per vent'anni il suo adorato lavoro di scienziato per motivi politici, e in quei vent'anni si è dovuto abbassare a fare il muratore. Tutti piangono, si scorticano le mani con gli applausi, però poi lo deridono per la gaffe del mancato discorso. E poi c'è un uomo, tale Vincent, che quella stessa notte ha un'avventura con una bella donna con la quale però ha un finto amplesso, forse perché molto attratto da lei ma sopraffatto dal desiderio di esibirsi. E' tutto piuttosto confuso, in pratica fa cilecca però finge che tutto vada per il verso giusto - non può sfigurare sul bordo della piscina di un hotel -  come la povera Julie, che inizialmente sta al gioco però poi  scappa a gambe levate. Il problema dell'uomo, dopo vari struggimenti, è: cosa racconterò agli amici?
La lentezza che all'inizio viene illustrata come un grande valore - cosa che condivido - perché solo ciò che viene fatto con lentezza viene ricordato, poi viene sostituita dalla "pirlezza" - passatemi il termine - di certi uomini.
Ecco, lo avessi intitolato la pirlezza lo avrei trovato più coerente. Comunque un libro carino, breve, dunque non molto impegnativo, anche se secondo me il titolo è fuorviante.
Kundera, che furbacchione che sei :-)

venerdì 11 agosto 2017

Cent'anni di solitudine






Più che la storia in sé, che attraversa cent'anni e diverse generazioni di Aureliani e José Arcadi, più che la prosa di Marquez, di cui non c'è niente da eccepire ma non è nemmeno folgorante, quello che mi ha rapita in questo libro è stata la magia. Non a caso con questo libro Marquez ha gettato le basi per un filone artistico denominato "realismo magico", qualcosa che esisteva prima di lui - ci vivo da quarantadue anni, in questo tipo di realtà - ma che lui per primo ha messo per iscritto, infilandolo in una storia raccontata in maniera cinica, ironica, una storia in cui si respira il coraggio, la voglia di avventura intrisa di nostalgia. Ogni personaggio ha una sua peculiare follia (ne citerò solo alcuni) a partire dal primo della stirpe, José Arcadio, che dopo una vita di esperimenti scientifici impazzisce del tutto e viene legato sotto a un castagno vita natural durante e il cui spettro si ribellerà quando qualcuno, orinando dove un giorno viveva il suo corpo, gli schizzerà sui piedi. O il primo Aureliano che sposa una bambina di nome Remedios, ultima di sette sorelle tutte in età da marito ma lui si innamora di lei, che morirà a quattordici anni con due gemelli intrecciati nel ventre; lo stesso Aureliano che darà inizio a trentadue guerre che perderà in maniera implacabile, che avrà diciassette figli da diciassette donne diverse e che verranno assassinati tutti nella stessa notte. Il secondo Josè Arcadio  che abbandona la famiglia per seguire una zingara che scricchiola al contatto con la sua immensità - i José Arcadio sono tutti grandi e grossi, a differenza degli Aureliani che sono ossuti e con l'aria solitaria - e torna dopo molti anni, concupisce la sorellastra, fidanzata da una vita con un damerino italiano, che lascia senza pietà per concedersi a lui fino alla fine tragica dei suoi giorni. Pilar Ternera, la mezza fattucchiera del paese, che concepisce due figli dai due fratelli, che chiama con gli stessi nomi e consegna al vero mito della storia, Ursula, madre dei primi, nonna dei secondi, bisnonna dei terzi, trisnonna dei quarti Aureliani e José Arcadi (c'è da impazzire)  che alleverà come figli con una forza e una tenacia sovrumana. I gemelli, figli del figlio di non ricordo chi, che si scambiano così tante volte l'identità che alla fine non capiscono più chi sia uno e chi sia l'altro; Remedios la bella, che eredita il nome dalla bisnonna quattordicenne, purissima come una ritardata mentale, desiderata da tutti ma immune alle passioni sale in cielo giovanissima con tutto il corpo. Gli antenati con la coda di maiale, poiché i Buendìa hanno il vizio di accoppiarsi tra consanguinei, come l'ultimo della stirpe. "Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda possibilità sulla terra". Si assiste alla parabola di questa famiglia che nasce quasi timidamente, condotta da un uomo orgoglioso, forte e un po' matto, che cresce, si allarga a dismisura sotto la guida di Ursula, e con la morte di Ursula si rimpicciolisce, si riduce a niente, e come tutta Macondo - che nasce dal nulla, cresce, si evolve e conosce poi la rovina - infine muore.
Questo romanzo secondo me ha un immenso potere: naturalizza la morte. La rende meno spaventosa agli occhi di noi comuni mortali, terrorizzati dall'ineluttabile evento; alla fine muoiono tutti- si muore tutti - giovani, giovanissimi e ultracentenari. Ciò che resta, è ciò che ci ha reso unici.
La morte in questo romanzo è tratta come la vita, perché fa parte della vita, e le anime restano. Conosco il traffico di antenati nelle case, con questo libro ci sono andata proprio a nozze, nonostante la crudezza di certi passaggi che sembra proprio ti prendano a sberle. La magia, che è il sale della mia vita, l'ho ritrovata in un racconto ambientato in un paese immaginario, e mi sono sentita meno pazza, meno sola, forse grazie alla solitudine senza tempo della miriade di personaggi inventati o ricordati da Marquez in questo romanzo.
Senza dubbio uno dei libri più belli che abbia mai letto, uno dei viaggi più incredibili che abbia mai fatto. Al pari, forse, de "Il Maestro e Margherita" di Bulgakov. 
Consigliatissimo a chi vuole riflettere, ridere, soffrire e soprattutto sognare.
Una botta di vita - e di morte :-) - incredibile.

martedì 1 agosto 2017

Che tu sia per me il coltello


Una trama davvero originale. Nelle prime due parti, quasi la totalità del romanzo, si tratta di lettere; le prime sono scritte da Yair, che nota, senza essere ricambiato, la bella Myriam a un evento in cui lei è in compagnia del marito. Da allora viene ossessionato da questa donna. Le scrive delle lettere piene di pensieri, ricordi, traumi del passato, momenti che immagina di vivere insieme a lei; lettere intrise della sua follia. Lei incredibilmente gli risponde. Si lascia affascinare dalla mente contorta di quest'uomo che però ha anche una profondità inaudita e uno stile che... avrebbe conquistato chiunque. Ragazzi, stiamo parlando di Grossman :-)
I due protagonisti sono entrambi sposati, hanno entrambi un figlio e una vita che inizialmente sembra normale, e che invece si rivela complicata, forse come quella di ognuno di noi.
Un bel romanzo, coinvolgente e soprattutto adatto al periodo in cui viviamo, in cui si moltiplicano gli amori nati in chat, per non parlare delle relazioni extra coniugali. Questo mi ha fatto pensare quanto possa essere potente un sentimento nato da un incontro spirituale, mentale, anche se nella maggior parte dei casi rimane platonico. La penna (nel caso dei nostri tempi la tastiera) è un'arma potentissima, non a caso nel titolo è citato il coltello.
Davvero un romanzo interessante, unico nel suo genere, lievemente claustrofobico. E' sempre faticoso entrare in una mente "malata", io che sono già un po' pazza di mio ho sofferto molto.
Ma quanto fascino.
Leggetelo :-)